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La felicità: una visione yogica

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Indice dei contenuti

In un mondo dove siamo abituati a ricercare la felicità negli eventi mutevoli dell’esistenza, in ciò che abbiamo, ciò che perdiamo, ciò che vorremmo e che non abbiamo, finendo spesso per confonderla con l’appagamento di desideri talvolta effimeri o con il possesso di beni materiali.

Questa ricerca, però, ci allontana dalla vera essenza della gioia!

Tutti i percorsi spirituali, incluso lo yoga, ci guidano in una riflessione più profonda e oggi vorrei parlarti proprio di questo, della felicità non come un traguardo che sta fuori, ma come un viaggio interiore.

Secondo la filosofia yogica, l’opposto della felicità è il dolore la cui radice è l’ignoranza (Avidya). Questa ignoranza non è semplice mancanza di conoscenza, ma è una forma di inconsapevolezza che ci porta a percepire erroneamente la realtà, a vedere le cose in modo distorto e questo, inevitabilmente, porta a sbagliare.

Attraverso Svadhyaya (lo studio di sé) e il discernimento che si sviluppa grazie alla pratica dello yoga, iniziamo a sciogliere le catene di questa ignoranza; ci liberiamo gradualmente dalle illusioni di piacere e dolore con cui spesso ci identifichiamo, aprendoci alla scoperta del nostro Dharma (la nostra vera natura). Proprio in questo processo di rivelazione e liberazione troviamo la vera felicità, quella che è in armonia con il nostro essere più autentico.

Ecco la visione yogica della felicità: un percorso di consapevolezza dove la gioia non è un obiettivo da raggiungere, ma una realtà da vivere in ogni momento della nostra esistenza.

Nelle righe che ti aspettano parleremo proprio degli strumenti che questa disciplina ci offre per raggiungere la felicità ed esploreremo insieme i concetti di Svadhyaya, Dharma e Santosha.

Svadhyaya: lo studio di sé per una maggiore consapevolezza

Con il termine Svadhyaya si fa riferimento ad un tipo di studio utile e necessario per raggiungere piena consapevolezza di se stessi.

Ma come si fa esattamente questo studio?

Studiare se stessi significa guardarsi da un punto di vista più profondo, più introspettivo, alla ricerca della verità e dell’autenticità.

Per chi pratica yoga regolarmente questo studio può essere semplicemente la pratica quotidiana sul tappetino: giorno dopo giorno ci si osserva e si prende coscienza di piccole e grandi parti di sé che, come pezzi di un puzzle, una volta uniti, ci permettono di avere un’immagine più chiara e definita di chi siamo.

Le asana, per esempio, sono un mezzo di studio e di esplorazione del nostro corpo che non è fatto solo di carne ed ossa, muscoli e articolazioni, ma è un bagaglio di informazioni raccolte anche da altre fonti come i pensieri, le emozioni, i ricordi. Quindi, il corpo e il contatto con esso attraverso il movimento, diventano i mezzi per studiare e osservare i pensieri e le emozioni perché ogni parte di noi funziona insieme, tutto è connesso, anche se tendiamo a pensarci sempre frammentati.

Lo stesso succede attraverso la scoperta dell’energia vitale e del respiro, a cui possiamo dare mille forme, tutte diverse. Infatti, non è un caso che ogni nostro stato d’animo è accompagnato da un modo di respirare ben preciso, anche se non ce ne rendiamo conto. Proprio quando iniziamo a diventare consapevoli del respiro attraverso la meditazione e lo trasformiamo volontariamente attraverso i pranayama, possiamo entrare in contatto con parti molto profonde di noi come le nostre emozioni, i nostri processi mentali, il ritmo incessante dei nostri pensieri, il nostro dialogo interiore.

Diventare consapevoli di tutto questo è una grandissima fonte di conoscenza di sé.

Naturalmente, oltre alla pratica di yoga, la vita stessa ci pone dinanzi ad un costante Svadhyaya, per esempio tramite le crisi che normalmente si presentano, le relazioni con gli altri, i momenti burrascosi e anche quelli gioiosi. Tutto ciò che viviamo provoca costantemente sensazioni che possono essere piacevoli o spiacevoli, che possono renderci felici o no.

In generale, Svadhyaya è anche strettamente connesso alla domanda universale che ci poniamo continuamente (spesso senza saperlo): chi sono?

Per “chi sono” si intende chi sono al di là di tutti gli involucri e gli abiti che indosso, al di là delle etichette, chi sono oltre il corpo, l’età, il lavoro, la posizione sociale, oltre i pensieri e le emozioni: tutti questi sono involucri e stratificazioni di ciò che ad un livello più profondo ci abita, ovvero l‘anima, il nostro spirito.

Questo è ciò che davvero siamo ed è quello che non cambia mai.

Può cambiare l’età, il corpo, il lavoro, la situazione familiare e sociale, ma ciò che abbiamo dentro, la nostra vera radice, la nostra vera essenza che sperimentiamo e conosciamo anche grazie allo yoga, non cambia mai.

Questo studio di sé è un percorso di alleggerimento da strati che oscurano l’essenza luminosa e pura che tutti abbiamo dentro e che, una volta liberata, porta a vivere con gioia e felicità.

Il Dharma: scoprire la propria missione in questa vita

Questo studio e ricerca che svolgiamo dentro ogni angolo della nostra vita, magari pensando di cercare altro, serve anche a scoprire qual è la nostra missione, il nostro Dharma che è un’altra delle fonti in cui si trova la felicità.

Dharma è una parola che può avere molti significati, ma il più delle volte viene tradotta come “Dovere”, “Legge cosmica e naturale”.

Corrisponde alla propria natura, la propria “tendenza naturale”, l’insieme delle nostre qualità che ci permettono di compiere il nostro percorso di vita traendo il massimo da questa esperienza terrena.

Una volta scoperto il proprio Dharma, si inizia a vivere non solo in sintonia con se stessi, ma anche con il resto dell’universo perché anche noi siamo parte dell’immensa armonia universale e dovremmo partecipare a questa danza per essere felici.

Ma tutto questo come si collega alla pratica dello yoga?

Lo yoga ci aiuta a individuare le nostre qualità e i nostri difetti, le nostre caratteristiche e la possibile via che ci corrisponde, ma per scoprire tutto questo dobbiamo diventare presenti, attenti e consapevoli.

Soltanto così riusciremo a cogliere le indicazioni e a seguire il nostro percorso, quel percorso dove tutto si incastra “alla perfezione”, dove tutto ha il suo posto.

Capita spesso di mettere insieme pezzi che non combaciano tra loro, ma ciò nonostante ci ostiniamo e insistiamo senza giungere da nessuna parte. Grazie all’ascolto e alla connessione che lo yoga crea con il nostro cuore, però, iniziamo a cogliere le indicazioni preziose provenienti da esso, iniziamo a capire ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che dobbiamo lasciar andare.

A proposito di consapevolezza, non dimentichiamo il valore immenso del momento presente: la maggior parte del tempo siamo impegnati a rimuginare sul passato o a vagare creando un futuro che non è reale, perdendoci l’unico momento vero, quello presente. Quando siamo distratti può passarci davanti qualsiasi cosa, anche la più chiara, anche la più grande ed evidente, ma non ce ne renderemo conto; perdiamo così molte occasioni e ‘segnali’ importanti che potrebbero accompagnarci nella strada per sentirci felici.

Bene, ma una volta raggiunta la felicità, che si fa?

Secondo la visione dello yoga, non basta solo esprimere al massimo il nostro potenziale, libero da ogni condizionamento, ma è importante pensare a questo potenziale come qualcosa che rende felici non solo noi, ma anche tutto ciò che ci circonda, tutta l’umanità e l’universo.

Il Dharma, qualunque esso sia, va condiviso, senza fare alcuna distinzione.

Pensiamo al sole: non si chiede chi o cosa illuminare. Pensiamo all’acqua: non si chiede cosa bagnare… e così ogni cosa sulla terra. Anche noi possiamo esprimerci così incondizionatamente, possiamo impegnarci per usare il meglio di noi per il bene di tutte le creature e senza dimenticare la condivisione, utile all’evoluzione di tutto ciò che esiste.

Proviamo a metterci a disposizione con bontà, compassione, sincerità, libertà da attaccamenti egoistici, con purezza e neutralità: così scopriremo l’Unione di cui si parla continuamente nello yoga.

Santosha: praticare la contentezza e la gratitudine

“L’atteggiamento di accontentarsi (Santosha) dà origine alla felicità, al comfort mentale e alla soddisfazione.” – Yoga Sutra

Nell’immensa filosofia dello yoga, esiste una parola che rimanda immediatamente al concetto di felicità, Santosha, che spesso si traduce come soddisfazione.

Ma cosa è la soddisfazione?

Quelli che oggi utilizziamo come indicatori di soddisfazione spesso non creano affatto soddisfazione o, comunque, non nel lungo periodo. La soddisfazione dal punto di vista dello yoga, come abbiamo visto, è un’altra cosa.

Santosha è la pratica della contentezza: si può praticare l’arte della contentezza per molte ragioni, ma alla fine il suo scopo profondo è quello di trovare la pace dentro di noi in qualunque momento, qualunque cosa accada nel presente.

Questa pratica può aiutarci a godere di ogni momento senza aggrapparci ad esso con attaccamento, così se qualcosa di bello arriva, possiamo apprezzarlo senza temere che ci venga portato via, ma semplicemente con immensa gratitudine (in questo articolo approfondiamo proprio il tema della gratitudine).

Può anche aiutarci ad affrontare meglio i momenti più difficili, a coltivare fiducia nel fatto che quei momenti non dureranno perché la natura della realtà è mutevole e tutto cambia continuamente. E dal momento che tutto cambia, può anche supportarci nel lasciare andare qualsiasi forma di controllo che vorremmo avere negli aspetti incontrollabili della vita.

Santosha aiuta anche a lasciare andare pensieri del tipo: “se raggiungo quel qualcosa sarò soddisfatto. Se avessi preso quella decisione la vita sarebbe andata in questo altro modo. Appena otterrò questo e quello sarò finalmente felice”.
Osservare queste fluttuazioni della mente e togliere loro potere è molto utile per stare bene.

Se per trovare soddisfazione la vita deve essere perfetta, come a volte pensiamo rigidamente, allora saremo condannati davvero a una vita di insoddisfazione. Perciò godi pienamente di ciò che c’è, trova la contentezza nel momento presente e in tutte le sue imperfezioni, scopri in queste la perfezione e la gioia.

Imperfezioni perfette e soddisfazione nell’insoddisfazione: questo è Santosha.

Siamo arrivati alla conclusione ed io spero davvero che queste righe ti abbiano donato un po’ di quell’ispirazione che magari stavi cercando.

Ti lascio con un invito, qualcosa che vorrei tu ricordassi: non affannarti alla ricerca della perfezione, non è quello che ti serve per sentirti felice, credimi. Lascia che il tempo faccia quello che deve, lascia che la tua mente pensi quello che vuole.

Ricorda che non hai bisogno di nulla per essere felice se riesci a trovare qualcosa di molto meglio: la pace nel qui e ora, la soddisfazione nel presente.

La felicità inizia proprio qui, proprio adesso.

Denise

PS: Se ti va di scoprire le nozioni, ma anche gli strumenti che questa disciplina ci mette a disposizione, cliccando qui trovi Lo Yoga Giusto per Te, il mio libro che racconta di come la pratica si estende oltre il materassino e di come cambia in meglio la vita delle persone. Spero ti aiuterà!

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