Buongiorno e buon inizio di ottobre.
come stai?
Ottobre ha una luce tutta sua. Arriva più bassa, più dorata, e ogni sera se ne va un po’ prima.
Si torna a stare di più in casa. Lampade e candele si accendono presto. Sul divano ricompare una coperta. 🍂
È come se la stagione, piano piano, ci invitasse a rientrare.
La natura lo fa senza fatica: rallenta, si raccoglie, lascia andare qualcosa e si prepara all’inverno.
Eppure, spesso, è proprio a ottobre che la nostra vita torna davvero a pieno ritmo.
Il lavoro riparte, le agende si riempiono, le giornate sembrano avere di nuovo troppe cose da contenere. E le serate, sì, magari le passiamo più spesso al chiuso, ma con un occhio al telefono e l’altro alla televisione.
Rientriamo in casa, è vero, ma non sempre riusciamo a “rientrare” anche in noi stessi.
E nello Yoga esiste una pratica che parla proprio di questo movimento.
Si chiama Pratyahara ed è il quinto degli otto rami dello Yoga descritti da Patañjali (se vuoi approfondire o non ricordi bene quali sono, ne abbiamo parlato in una newsletter precedente → puoi rileggerla qui)
Viene spesso tradotto come ritiro dei sensi, un’espressione che a prima vista può sembrare quasi un invito a chiudersi fuori dal mondo.
In realtà racconta qualcosa di molto più sottile.
Perché anche quando siamo a casa, anche quando finalmente ci fermiamo, i nostri sensi possono continuare a correre fuori.
Verso uno schermo. Un suono. Una notifica. Una conversazione. Qualcosa da leggere. Qualcos’altro da guardare.
Pensa a quante cose entrano nella nostra testa in una sola giornata.
Apriamo gli occhi e magari, ancora prima di alzarci dal letto, abbiamo già letto qualcosa, ascoltato qualcosa, risposto a qualcuno.
Poi iniziano le conversazioni, il lavoro, i rumori, le persone, quello che vediamo per strada, quello che ascoltiamo, quello che leggiamo.
E nel frattempo continuiamo a pensare a qualcosa che è successo ieri, a quello che dobbiamo fare dopo, a una frase che ci hanno detto, a una risposta che avremmo voluto dare.
Arriviamo a sera stanchi e pensiamo che il problema sia aver fatto troppo.
E probabilmente, qualche volta, è proprio così.
Ma altre volte non siamo stanchi soltanto per quello che abbiamo fatto, ma anche per tutto quello che abbiamo assorbito.
Ed è qui che Pratyahara, per me, comincia a parlare davvero della nostra vita.
Se Asana lavora con il corpo e Pranayama con il respiro, con Pratyahara succede qualcosa di diverso.
L’attenzione comincia a spostarsi dal mondo esterno verso quello interno.
È il punto di passaggio.
Il ponte tra ciò che facciamo con il corpo e con il respiro e le pratiche più interiori, come la concentrazione e la meditazione.
E c’è una cosa che trovo bellissima: il significato del suo nome.
La parola può essere scomposta in prati e ahara.
Prati può significare “indietro”, mentre ahara significa nutrimento.
Potremmo quindi pensare a Pratyahara come a un movimento che ci porta indietro dal nutrimento dei sensi.
E la parola nutrimento qui è importante, perché normalmente quando pensiamo a ciò che ci nutre pensiamo al cibo, ma non è solo quello che mangiamo a entrare dentro di noi.
Ci nutriamo continuamente anche di ciò che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo, leggiamo.
Di conversazioni. Immagini. Musica. Parole. Persone. Informazioni.
Tutto quello che passa attraverso i sensi arriva alla mente e lascia qualcosa.
Pensa a quanto può cambiare il tuo stato d’animo dopo una conversazione difficile.
Oppure a una canzone che ti riporta immediatamente in un momento preciso della tua vita.
A un profumo che fa riaffiorare un ricordo.
A una notizia che continui a ripensare per ore anche dopo aver chiuso il telefono.
L’oggetto non è più davanti a te, ma dentro di te, in qualche modo, continua a esserci.
E infatti una delle immagini usate per spiegare il rapporto tra mente e sensi è quella di un carro.
Il corpo è il carro.
I sensi sono i cavalli.
La mente tiene le redini.
Ora immagina cinque cavalli che iniziano a tirare contemporaneamente in cinque direzioni diverse.
Uno vuole guardare.
Uno vuole ascoltare.
Uno cerca qualcosa di piacevole.
Uno vuole evitare qualcosa di spiacevole.
Uno ha già visto qualcosa che gli piace e vuole tornarci.
Difficile che il carro proceda tranquillo.
Ed è un po’ quello che succede anche a noi quando ogni stimolo riesce immediatamente a catturare la nostra attenzione.
Il telefono vibra: guardiamo.
Arriva una mail: apriamo.
Qualcuno parla accanto a noi: ascoltiamo.
Ci viene in mente una cosa da controllare: la cerchiamo.
Ne compare un’altra. E poi un’altra ancora…
Lo stimolo, di per sé, magari non è il problema.
Forse il punto è che la nostra attenzione sembra non avere più scelta.
Pratyahara non significa quindi smettere di vedere, sentire o vivere il mondo. Non significa chiudersi in una stanza silenziosa e sperare che niente ci disturbi.
Anzi.
C’è una piccola storia della tradizione che racconta molto bene quanto questa strategia possa funzionare poco.
Quattro monaci decidono di ritirarsi per due settimane in completo silenzio.
Accendono una candela e iniziano a meditare. A un certo punto arriva una folata di vento e la candela si spegne.
Il primo dice: “Oh no, si è spenta la candela!”
Il secondo risponde: “Dovevamo stare in silenzio.”
Il terzo, infastidito: “È impossibile meditare con voi due!”
E il quarto, soddisfatto: “Io sono l’unico a non aver parlato!”
E così, praticamente, il ritiro termina ancora prima di essere iniziato.
Mi piace molto questa storia perché mostra una cosa che conosciamo benissimo.
Possiamo togliere quasi tutti gli stimoli esterni. Possiamo sederci, chiudere gli occhi e stare in silenzio, e avere comunque un rumore enorme dentro.
Il punto quindi non è costruire un mondo in cui niente ci distrae. È imparare, lentamente, a non essere trascinati da tutto ciò che incontriamo.
Nella tradizione dello Yoga, infatti, Pratyahara non arriva all’inizio del percorso.
Prima ci sono Yama e Niyama, poi Asana e Pranayama.
Prima lavoriamo sul nostro modo di stare nel mondo, sul corpo, sul respiro.
Poi arriviamo qui. Al momento in cui iniziamo a chiederci: dove va la mia attenzione quando non scelgo io?
È una domanda che vale la pena farsi anche, e soprattutto, fuori dal tappetino.
Quando prendiamo il telefono senza aver deciso davvero di farlo.
Quando apriamo un’app e venti minuti dopo non ricordiamo nemmeno perché l’avevamo aperta.
Quando continuiamo a seguire una conversazione che, lo sentiamo, non ci fa bene.
Quando abbiamo finalmente dieci minuti di silenzio e sentiamo subito il bisogno di riempirli.
Quando la stanchezza c’è, ma invece di riposare continuiamo a cercare qualcosa da vedere, ascoltare, leggere.
Forse Pratyahara, oggi, può cominciare proprio da qui. Non dal togliere tutto.
Dal creare un piccolo spazio tra lo stimolo e la nostra risposta.
Puoi accorgerti del telefono che vibra senza prenderlo immediatamente.
Puoi fare una passeggiata senza ascoltare niente.
Puoi chiudere gli occhi per cinque minuti e sentire semplicemente il respiro.
Puoi scegliere di non aggiungere un altro contenuto quando senti che la mente è già piena.
Puoi chiederti, ogni tanto: di cosa sto nutrendo la mia mente?
Perché facciamo molta attenzione a ciò che mettiamo nel corpo. Leggiamo gli ingredienti, cerchiamo di mangiare meglio, scegliamo ciò che pensiamo possa farci bene.
Forse possiamo iniziare a fare la stessa cosa anche con quello che entra attraverso gli occhi e le orecchie.
Non per vivere in una bolla e nemmeno per eliminare tutto ciò che è spiacevole, ma per tornare ad avere un po’ più di scelta su ciò a cui consegniamo la nostra attenzione.
E a quel punto, piano piano, cambia qualcosa.
Quando l’attenzione smette per qualche momento di correre continuamente fuori, può finalmente iniziare a rivolgersi dentro.
È questo il passaggio sottile di Pratyahara: smettere per un momento di inseguire tutto quello che ci chiama.
Non serve cominciare da grandi rinunce. Scegli un momento della giornata e lascia che contenga un po’ meno.
Dieci minuti senza telefono. Una passeggiata senza cuffie. Qualche respiro a occhi chiusi prima di dormire.
E quando senti la testa troppo piena, puoi farti una domanda semplice: ho davvero bisogno di aggiungere qualcos’altro, proprio adesso?
A volte quello di cui abbiamo bisogno non è trovare qualcosa che ci faccia stare meglio.
È smettere, per qualche minuto, di far entrare cose nuove.
Prima di salutarci, ti lascio con il mantra di questo mese: Scelgo ciò che lascio entrare. Torno ad ascoltare ciò che è già dentro.
Portalo con te per questo mese.
Sul tappetino e fuori.
Infine, ho un piccolo quiz per te: CLICCA QUI PER ACCEDERE AL QUIZ
Un abbraccio,
Denise
