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432 Hz – Svadhyaya: il coraggio di guardarsi senza filtri

Ciao e buon inizio di Febbraio!
Come stai? Spero bene. 😌

Sono qui a scriverti per il nostro appuntamento mensile con la newsletter, e questo mese voglio accompagnarti in una riflessione che potrebbe scomodarti un po’.

Ma te lo dico subito: ne vale la pena.

Prima di continuare, lascia che ti spieghi il significato di questo nome così particolare!
Sappi che tutto vibra e ha origine da una vibrazione e questo succede perché tutto è energia: l’intero universo è fatto di energia e nulla al suo interno fa eccezione.

Tra le infinite frequenze, prendiamo nello specifico la frequenza 432 Hz: è quella a cui vibra il nostro pianeta e che ci permette di entrare in risonanza con il suo cuore, con la natura e gli elementi (non è un caso che la musica a 432 Hz sia perfetta per attività come la meditazione, la visualizzazione e la pratica in generale!).

Noi umani siamo parte della natura e ne beneficiamo sia fisicamente che spiritualmente quando siamo strettamente connessi con essa; ecco perché entrare in risonanza con questa frequenza porta più armonia ed equilibrio nella vita.

Ora però torniamo a noi e al tema di questo mese e partiamo da qui:

“Chi sono io?”

Questa è la domanda che ci portiamo dentro continuamente, a volte senza nemmeno saperlo. Quella a cui cerchiamo di rispondere in ogni momento della nostra vita, mentre pensiamo di cercare altro.

La filosofia dello yoga chiama il percorso che facciamo alla ricerca delle risposte a questa domanda Svadhyaya: lo studio di sé. Non è da intendere come studio nel senso accademico, non è leggere libri per capire come funzioniamo o compilare test di personalità.

È qualcosa di più profondo. Di più trasformativo.

Svadhyaya è l’arte di osservarsi senza filtri, di guardarsi con la stessa curiosità con cui osserveresti qualcosa di nuovo. Non per giudicarti, ma semplicemente per conoscerti.

E conoscersi davvero è il punto di partenza di qualsiasi cambiamento reale.

Quante volte hai pensato di conoscerti bene e poi qualcosa ti ha costretto a fermarti e ad osservarti davvero?

Magari per anni hai creduto di sapere chi sei. Sapevi cosa ti piaceva, cosa non ti piaceva, come reagivi alle cose, quali erano i tuoi valori.

Ti sembrava tutto chiaro.

Poi, un giorno, hai preso consapevolezza: non è che non ti conoscessi. È che evitavi di conoscerti profondamente.

Evitavi di guardarti davvero. Evitavi le domande scomode. Evitavi di fermarti abbastanza a lungo da sentire cosa succedeva dentro di te quando le cose si facevano difficili, per esempio.

Ed è proprio questo che facciamo tutti. Abitiamo una casa senza mai averla esplorata davvero. Viviamo con noi stessi ogni giorno, ma quante volte ci chiediamo davvero chi siamo?

Il problema non è solo che non ci conosciamo abbastanza. Il problema è che spesso non vogliamo conoscerci. Perché guardarsi davvero significa anche vedere le parti che non ci piacciono, le contraddizioni, le paure, le credenze limitanti che ci portiamo dietro da sempre.

Ed è per questo che, quando si parla di “conoscersi”, spesso restiamo in superficie.

Ci rifugiamo in risposte comode, formule veloci, definizioni che non mettono troppo in discussione.
Ma qui stiamo parlando di qualcosa di più profondo, e anche di più scomodo: guardarsi completamente e senza filtri.

Svadhyaya: oltre le etichette

Viviamo in un mondo di etichette.

Siamo il nostro lavoro. Siamo il nostro ruolo in famiglia. Siamo le aspettative degli altri. Siamo le storie che ci hanno raccontato su chi dovremmo essere.

Ma chi siamo davvero, oltre tutto questo?

Svadhyaya è un percorso di distinzione tra essenza e tutto ciò con cui ci identifichiamo (sbagliando).

Non sei il tuo corpo, anche se lo abiti. Non sei la tua famiglia, anche se ti ha formato. Non sei il tuo lavoro, anche se ti definisce socialmente. Non sei nemmeno i tuoi pensieri ed emozioni, anche se li vivi ogni giorno.

Tutti questi sono involucri. Abiti che indossi. Ma sotto, c’è qualcosa di più profondo: il Sé. L’essenza. Ciò che non cambia mai, anche quando tutto il resto cambia.

Tutto questo sembra chiaro, almeno a parole.
Eppure, se è così, perché facciamo così fatica a viverlo? Perché facciamo così fatica a vederci davvero?
Nella filosofia dello yoga questo “non vedere” ha un nome preciso: Avidya

Avidya: l’ignoranza che ci rende infelici

La parola Avidya viene tradotta come “ignoranza”.

Di questa ignoranza spesso fa parte anche l’ignoranza di noi stessi.

È vivere identificandoci con ciò che non siamo. È credere che la nostra felicità dipenda da fattori esterni. È non vedere i pattern che si ripetono nella nostra vita.

Questa ignoranza, è una delle cause principali della nostra infelicità.

Pensiamo di stare male per motivi esterni: il lavoro stressante, la relazione complicata, il tempo che manca. E sì, queste cose pesano. Ma spesso stiamo male perché non ci rendiamo conto di cosa succede dentro di noi.

Non ci rendiamo conto dei pattern che perpetuiamo, delle storie che ci raccontiamo, delle emozioni che ignoriamo.

Come si pratica Svadhyaya?

Svadhyaya non è solo teoria. È pratica quotidiana. È un modo di vivere.

Sul tappetino, ogni volta che pratichi yoga, stai praticando Svadhyaya. Ogni volta che noti il respiro, ogni volta che osservi una resistenza, ogni volta che ti accorgi di una tensione che non è solo fisica ma anche emotiva.

Lo yoga ti offre uno spazio sicuro per guardarti. Per notare come reagisci quando le cose si fanno difficili. Per osservare i tuoi limiti, ma anche le tue risorse.

Svadhyaya va oltre il tappetino.

E il modo più potente di praticare Svadhyaya nella vita di tutti i giorni è attraverso l’auto-osservazione.

Come si fa?

Inizia da qui: invece di reagire automaticamente, fermati un attimo e chiediti:
– perché ho reagito così?
– Questa reazione viene da me o da una vecchia paura?
– Questo pensiero è mio o è qualcosa che mi hanno insegnato?

Non serve avere tutte le risposte. L’importante è farsi le giuste domande e osservare.

Ora, immagina di avere uno specchio davanti a te. È appannato. Puoi vedere una forma vaga, ma non i dettagli.

Così funziona la nostra consapevolezza quando non pratichiamo l’auto-osservazione. Vediamo solo la superficie. Le reazioni istintive. Le emozioni più forti. Ma non vediamo le sfumature, le connessioni, i perché più profondi.

Svadhyaya è come pulire quello specchio. Ogni volta che ti fermi a osservarti davvero, rimuovi un po’ di appannamento. E piano piano, inizi a vedere con più chiarezza.

Non diventi perfetto. Non risolvi qualsiasi cosa. Ma ti conosci meglio. E questo cambia tutto.

Una delle cose più belle che ho scoperto attraverso l’auto-osservazione è questa: quando inizi a conoscerti davvero, smetti di cercare conferme fuori da te.

Smetti di aver bisogno che gli altri ti dicano chi sei, di chiedere permessi, di vivere secondo aspettative che non sono tue.

Trovi un centro. Una stabilità interiore. Una certezza che viene da dentro, non da fuori.
E questa, è vera libertà.

Non è un percorso veloce. Non è lineare. Ma è l’unico modo per vivere una vita autentica. E non è neanche un percorso che finisce. È un viaggio che dura tutta la vita.

Per chi pratica dentro Yoga Academy, Svadhyaya è anche parte di ogni pratica che facciamo insieme. Ogni volta che ti fermi in una posizione e noti il respiro, stai praticando Svadhyaya. Ogni volta che ti accorgi di una resistenza e invece di forzare ti chiedi “cosa sto evitando?”, stai praticando l’arte dell’osservazione.

Prima di salutarti, come sempre, ti lascio il mantra del mese:
“Nella consapevolezza di me, trovo la libertà”

Portalo con te per tutto il mese.
Sul tappetino e fuori.

Ti auguro uno splendido Febbraio all’insegna dell’auto-osservazione e della consapevolezza.

Un abbraccio,
Denise 🌸

PS: Prima di lasciare questa pagina scopri cosa hai imparato da questa newsletter, clicca qui per un breve quiz: https://yogaacademy.it/quiz-del-mese-svadhyaya-il-coraggio-di-guardarsi-senza-filtri/