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La meditazione: dalla paura alla gioia

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Indice dei Contenuti

Approfondimento scritto da Silvia Pagliuca, nuova insegnante di Hatha Vinyasa ispirato al Body Mind Flow.

La meditazione è forse la scoperta più bella che ho fatto da quando mi sono avvicinata al mondo dello yoga.

Eppure, non è stato amore a prima vista.

Io, sempre di fretta, sempre in “urgenza”, spesso incapace di concedermi anche solo lo spazio di un respiro: come avrei potuto imparare a meditare?

Restare ferma, seduta in silenzio, in ascolto di me stessa, ma senza essere in balia dei miei pensieri, mi sembrava qualcosa di infinitamente lontano dal mio modo di vivere.

Invece, è accaduto.

E quando l’ho visto accadere, quando mi sono vista cambiare osservandomi dall’esterno e dall’interno, come solo con la meditazione è possibile fare, mi sono commossa. Ho provato compassione per me stessa e ho compreso tutta la potenza di questa pratica millenaria. Una pratica che può cambiare la vita a chiunque, anche a te. Vediamo come.

Primi passi verso la meditazione

Dove meditare, ti chiederai? Di base, ovunque.

Ma ciò che potrà aiutarti a rendere la pratica veramente efficace è scegliere un luogo in cui ricreare il tuo spazio di meditazione: luce soffusa, un cuscino su cui sederti, la statua di un Buddha da onorare ogni giorno con un fiore, una foglia d’autunno, un disegno.

Basta poco per creare un angolo di quiete.
Perché anche lo spazio è importante.
Alimenta la tua consapevolezza periferica: i suoni, i profumi, le sensazioni che nascono intorno a te, sono parte del processo meditativo.

Imparare a stare con i suoni, siano essi della natura o dell’ambiente urbano, insegna a stare con i pensieri con una partecipazione consapevole.

L’attenzione e la consapevolezza periferica, infatti, sono due modi diversi per conoscere il mondo: la prima, seleziona alcuni particolari, mentre la seconda ha un approccio olistico. La consapevolezza periferica contribuisce a smorzare la tendenza dell’Ego a guardare solo a sé. È una visione più oggettiva e meno personale.

Per questo, anche il luogo in cui pratichi diventa, in esteso, il luogo in cui coltivare fiducia, da cui trarre informazioni consapevoli. Per essere qui e ora. Per non dividere lo spirituale dal quotidiano.

Perché puoi (dovresti) essere consapevole e presente in ciò che fai, ogni giorno, non aspettando di sederti in Sukhasana. È questa la potenza della meditazione e dello yoga: renderti presente ogni giorno.

Riconoscere la paura (e gli altri ostacoli dell’Ego)

Una volta scelto il tuo luogo fisico di meditazione, ti ritroverai a dover fare spazio. Fare spazio tra le credenze sedimentate. Lasciar andare l’idea che hai di te e del contesto. Liberarti dall’attaccamento ai concetti che hai sempre ritenuto assoluti e dalle sicurezze a cui ti sei sempre aggrappato/a.

Ti ritroverai a dover sentire. Sentire come stai. Sentire senza correggere, senza analizzare, senza aspettative.

Io, ho sempre avuto paura di meditare. Non esagero.

Oltre a pensare di non avere abbastanza tempo per restare seduta a gambe incrociate senza apparentemente fare nulla (problema questo facilmente risolvibile organizzando l’agenda in modo da creare spazio dando priorità alla pratica), ciò che realmente mi bloccava era la paura di restare da sola con i miei pensieri. Con il mio dolore.

Ognuno di noi ha dei nodi non risolti, delle ferite chiuse solo in apparenza, ma che all’interno continuano a sanguinare. E rimanere in silenzio, a occhi chiusi, con lo sguardo rivolto verso l’interno, dunque senza alcuna distrazione, temevo mi avrebbe riportata proprio lì dove non sarei voluta andare.
Dove era scomodo andare.

Ma secondo il buddismo, la prima nobile verità è che la sofferenza esiste e imparare a soffrire, a riconoscere questa sofferenza, è il primo passo per poterla dissolvere. Se ti addestri a sentire la sofferenza, se ti alleni ad andare in profondità, riesci a lasciarla andare.

Per questo, la meditazione non va utilizzata per sanare, ma per entrare nelle lacerazioni e trasformarle in punto di partenza per nuovi percorsi.

Ritornando faccia a faccia con quel dolore, troverai la gioia.
Aprirai di fronte a te nuove possibilità.

Possibilità che potrai scegliere di esplorare, superando gli ostacoli della ragione. Del resto, i viaggi più belli, quelli che ti trasformano davvero, sono quelli in cui sei meno comodo/a.

«Ogni viaggio disfa, ogni viaggio riconsegna. So che si torna sempre.
So che c’è sempre una casa anche se non so com’è né dov’è».
Chandra Livia Candiani ne “Il silenzio è cosa viva”.

Secondo John Yates, ricercatore e docente di neuroscienze, autore de “La mente illuminata”, afferma che approcciandoti alla meditazione, potrai incontrare cinque ostacoli:

  • desiderio mondano: se ti concentri sui benefici esclusivamente materiali come il guadagno, il piacere o la fama (persino controllare le e-mail può essere una distrazione “mondana”!);
  • avversione: uno stato d’animo negativo che genera rabbia e risentimento;
  • pigrizia e letargia: se procrastini e sei scarsamente motivato/a, finendo per essere apatico/a;
  • agitazione dovuta a preoccupazione e rimorso: una condizione che genera stress e disagio mentale. È la cosiddetta “mente scimmia” in cui non riesci a fare buon uso della tua energia, influenzando negativamente anche il corpo;
  • dubbio: ovvero l’incertezza che indebolisce la volontà di agire e ti spinge a mettere in dubbio le tue capacità, trattenendoti dal compiere determinate scelte.

È fondamentale che tu ne sia cosciente e possa riconoscere questi ostacoli fin dal principio.
Per superarli, potrai fare riferimento ai cinque fattori della meditazione, ovvero: attenzione diretta, attenzione sostenuta, gioia meditativa, piacere / felicità e unificazione della mente.

Questi elementi agiscono come antidoti e contribuiscono a liberare la mente dagli influssi negativi. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

Coltivare gli antidoti

Immagina di avere una farfalla tra le mani. Se la stringessi con forza, finiresti per ucciderla. Se la tenessi distrattamente, ti sfuggirebbe. Un’attenzione morbida, ma determinata, è ciò che ti consentirà di tenere con te la farfalla. Ed è esattamente l’attenzione di cui hai bisogno durante la meditazione. Per osservare i pensieri che attraversano la mente (perché sì, i pensieri non scompaiono), senza provare a trattenerli o analizzarli.

Con l’attenzione diretta potrai dirigere in maniera intenzionale la mente. Tipicamente, verso il respiro. Sei nato/a respirando. Tornare al respiro significa, di fatto, tornare alla vita: onorare l’inspirazione e l’espirazione, riconoscere la potenza del lasciare andare il respiro nel mondo e ammirare la pausa tra i due movimenti.

È proprio in questa pausa che inizierai a entrare in contatto con chi sei veramente.
La pausa tra l’inspirazione e l’espirazione ti porterà a conoscere il mondo, con una conoscenza amplificata dal silenzio, da ciò che è apparentemente vuoto.
Ma il vuoto è pieno. Come il suono del vento in montagna. Il vuoto è non giudizio. È intensità costante. Il vuoto è, secondo il Buddha, l’eliminazione di tutte le opinioni. Ed è proprio lì che la visione diventa chiara, che non è più dualistica, ma interconnessa e interdipendente.

Attenzione, però, perché anche mentre cercherai di concentrarti sul respiro, la mente potrà iniziare a vagare. Ciò che conta è accorgersene ed esercitare un’attenzione sostenuta, ovvero provare a ridurre il pensiero errante.

Per calmare la mente scimmia, la risposta è nel corpo. Radicarsi nel corpo, espandere l’attenzione al corpo.

Se con la mente scimmia, l’attenzione è in continuo movimento, anziché provare a ignorarla o a trattenerla, potrai provare a espandere i confini entro i quali farla muovere. Per questo, è importante godere di una buona flessibilità fisica, stato che si raggiunge attraverso la pratica costante delle asana.

Lo yoga nasce, infatti, per sedere il più a lungo possibile nella posizione di meditazione.

La flessibilità fisica dona confort e piacere sia al corpo che alla mente. Questa sensazione genera gioia meditativa, piacere e felicità: sensazioni che si contrappongono all’avversione e alla negatività della mente.
Impara a riconoscere nella pratica, come nella vita, la negatività. E a sostituirla con l’accettazione, la gentilezza, la compassione amorevole. La gioia.

Abbracciare la gioia

La frustrazione è normale. È normale pensare che questa tecnica non funzioni. Non vedendo risultati immediati, potrai pensare che la meditazione sia una perdita di tempo, tempo che potresti impiegare in attività più fruttuose.

Questa sensazione di delusione si origina se sei troppo attaccata/o al risultato, al desiderio mondano, e di conseguenza se metti in dubbio l’efficacia della pratica, diventando impaziente. L’intero processo richiede pazienza e fiducia. Prenditi cura della tua mente come farebbe un/a bravo/a giardiniere/a. Ogni cosa fiorirà e darà i suoi frutti.

Rendendo la meditazione soddisfacente e godibile, le avversità della mente si placheranno e tutte le parti collaboreranno tra di loro. La mente, infatti, non è un elemento unico, ma è composta da una serie di processi diversi che, se sono in disaccordo, generano conflitti interiori. Via via che la meditazione diventa soddisfacente, i processi mentali entrano in armonia, la mente si unifica e i sensi si pacificano.

Le sensazioni esterne scompaiono e vengono sostituite da percezioni generate interiormente. Anche la propriocezione, la consapevolezza della tua posizione e della collocazione delle parti del corpo, cambia con la completa pacificazione dei sensi.

Gli occhi percepiscono solo una luce interiore, le orecchie solo un suono interiore, il corpo è cullato da una sensazione di confort e la mente è avvolta dalla gioia. Gioia per te stesso/a e per la gioia degli altri esseri umani. Un concetto, questo, difficilmente riconoscibile nella cultura occidentale, eppure rivoluzionario.

La gioia per la gioia dell’altro/a è la chiave d’accesso alla gratitudine, apre il cuore alla riconoscenza, alla pace sorridente.

«Che io possa prendermi cura di te con gioia.
Che tu possa prenderti cura di te con gioia!»
– Buddha

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