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Eseguire un’asana o abitarla: cosa cambia davvero nella pratica

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Indice dei Contenuti

Ci sono domande che ci accompagnano tutti, nei primi mesi di pratica.

Dove metto il piede?
La schiena è abbastanza dritta?
La sto facendo bene, questa posizione?

Sono domande giuste. Servono davvero. Un corpo che non sa ancora bene come muoversi tra le asana ha bisogno di essere guidato dall’esterno. Conoscere la forma di una posizione è il primo passo per imparare a starci senza farsi male.

Ma se pratichi da un po’, forse hai notato che a un certo punto ne compaiono altre. Non al posto delle prime, ma accanto.

Come sto respirando qui?
Quanta forza sto usando senza averne bisogno?
Riesco a stare stabile senza irrigidirmi?
E se smettessi di cercare la forma perfetta, cosa resta?

Il momento in cui arrivano queste seconde domande è uno dei passaggi più interessanti di tutta la pratica. Non perché le prime fossero sbagliate, ma perché cambia il punto da cui guardi la posizione: prima la guardavi da fuori, come se ti stessi osservando in uno specchio. Adesso cominci a guardarla da dentro.

È di questo passaggio che voglio parlarti. E di una cosa che è scritta negli Yoga Sutra, che è molto meno filosofica di quanto si possa immaginare, infatti parla di qualcosa di molto concreto.

Nella definizione classica di asana non c’è nessuna forma

La definizione più citata di tutte sta nel secondo libro degli Yoga Sutra di Patanjali, al sutra 46. Sono tre parole.

Sthira sukham asanam.

Sthira vuol dire stabile, saldo, che non traballa.
Sukha vuol dire agevole, confortevole; di solito si spiega come su (buono) + kha (spazio): uno spazio buono, uno spazio in cui si sta bene.

Asana, prima ancora di significare “posizione”, significa seduta: il posto in cui ci si stabilisce. Viene da una radice sanscrita che vuol dire semplicemente sedersi.

Come vedi, non c’è nessuna forma.
Ci sono solo due qualità.

E c’è un dettaglio storico che mi ha sempre colpita: negli Yoga Sutra non è nominata nemmeno una posizione.

I testi che descrivono le asana con un nome arrivano molto dopo: l’Hatha Yoga Pradipika ne descrive quindici, la Gheranda Samhita trentadue. Numeri che oggi, in una qualsiasi lezione dinamica, possiamo superare in mezz’ora.

Qui però voglio essere chiara, perché da qui è facile arrivare alla conclusione opposta, e non è quello che intendo.

Questo non vuol dire che lo yoga fisico moderno sia un errore. Le posizioni si sono moltiplicate anche perché servivano: i corpi sono cambiati e anche quello che facciamo con i nostri corpi (per esempio, passiamo otto ore seduti davanti a uno schermo).

Forza, mobilità, allineamento, tecnica sono aspetti importantissimi. Le spalle che si aprono, il collo che si scioglie, la schiena che la sera pesa meno: non c’è niente di superficiale in tutto questo, e chiunque lo abbia sentito nel proprio corpo lo sa.

Il punto è un altro. La forma non è la definizione dell’asana. È la porta d’ingresso.

Sthira e sukha non sono due obiettivi: si sostengono a vicenda

Queste due parole non vanno prese separatamente.

Stabilità senza agio diventa rigidità: stringi, blocchi, trattieni il respiro, esci dalla posizione più stanca di quando ci sei entrata.

Agio senza stabilità diventa collasso: ti appoggi alla posizione invece di sostenerla, e piano piano perdi stabilità.

Ti faccio l’esempio più concreto.

Puoi essere in Trikonasana, il triangolo, con una forma impeccabile — gamba tesa, torace aperto, mano che arriva a terra, la foto verrebbe benissimo — e trattenere il respiro per tutto il tempo. In quel caso hai sthira e non hai sukha.

Secondo la definizione che stiamo leggendo, la posizione non è ancora completa.

E puoi essere nello stesso identico triangolo con la mano appoggiata su un blocco, molto più in alto, in una forma che non finirebbe su nessuna copertina, e respirare in modo pieno e regolare. Lì sei molto più vicina a sthira sukham asanam.

Il bello è che non serve nessuna competenza filosofica per accorgersene. I segnali sono fisici e li puoi controllare mentre pratichi.

Il respiro: se si accorcia, se lo trattieni, se diventa rumoroso e affannato, manca sukha. Il respiro è la spia più onesta che abbiamo, perché è molto difficile da fingere.

La mascella e la fronte: se sono serrate, stai spendendo energia in un posto che con quella posizione non c’entra niente.

Le mani: se le dita si aggrappano al tappetino, spesso è il corpo che sta chiedendo aiuto.

Lo sguardo: se senti il bisogno di uno specchio, di controllare cosa fanno gli altri intorno a te o di cercare continuamente la guida dell’insegnante, sei ancora un po’ fuori dalla posizione.

Il sutra che quasi nessuno cita

Sthira sukham asanam è ovunque: sui muri delle sale, nelle didascalie, sulle magliette. Il sutra che viene subito dopo, invece, quasi non si sente mai nominare. Ed è quello che spiega come si fa a raggiungere queste due qualità.

Un sutra successivo dice che quelle due qualità arrivano tramite prayatna śaithilya: allentando lo sforzo. (Prayatna è lo sforzo, śaithilya è l’allentamento).

Non aumentandolo. Allentandolo.

È una frase che va contro tutto quello che ci hanno insegnato altrove. Siamo abituati all’idea che si migliori aggiungendo: più forza, più apertura, più ripetizioni, più tempo.

Qui la strada è opposta: si arriva a stabilità e agio togliendo lo sforzo che non serve.

E c’è un esperimento semplicissimo per capire cosa vuol dire che puoi provare già nella prossima pratica.

Scegli una posizione che conosci bene. Fermati e fai un giro di controllo: le dita dei piedi sono aggrappate al tappetino? Le spalle sono salite verso le orecchie? La mandibola è stretta? Le natiche sono contratte anche se non serve?

Nella maggior parte dei casi scoprirai di star usando due o tre muscoli che con quella posizione non c’entrano niente.

Lascia andare quella tensione e vedi se la posizione tiene lo stesso. Quasi sempre tiene. E quello che rimane, di solito, è più respiro, più comfort.

Se hai fatto sport a un certo livello, questa sensazione la conosci già con un altro nome. Io vengo dall’agonismo, dallo sci di fondo, e la prima volta che ho sentito parlare di “sforzo senza sforzo” sul tappetino ho riconosciuto una cosa che avevo già provato in gara: i momenti migliori non erano mai quelli in cui stringevo i denti.

Erano quelli in cui, pur praticando intensamente, non stavo combattendo contro niente.

La filosofia yoga ha una parola anche per questo: vairāgya, il distacco. Che non significa fregarsene: significa smettere di aggrapparsi al risultato.

Sul tappetino si traduce così: continuo a impegnarmi nella posizione, ma lascio andare il bisogno che venga. Non serve la perfezione.

Cosa vuol dire, concretamente, abitare un’asana

“Abitare” sembra una parola grande, un po’ evocativa. In pratica significa fare tre cose molto piccole, e sono tutte allenabili.

1. Restare. La forma la prendi facilmente. Abitarla richiede di rimanerci. È nella permanenza che l’attenzione ha il tempo di spostarsi da fuori a dentro.

Io l’ho imparato proprio così, tenendo il triangolo respirandoci dentro. È lì che ho iniziato a distinguere due voci che da fuori sembrano identiche: “sto ascoltando il mio corpo” e “sto scappando dalla scomodità”.

Sono due cose diverse, e portano a decisioni diverse. Ma per sentire la differenza bisogna restare abbastanza a lungo da lasciarle parlare entrambe.

2. Sentire cosa resta quando esci dalla posizione. Nel metodo che ho costruito negli anni, Body Mind Flow, è un passaggio esplicito: dopo il movimento ci si ferma e si assapora la sensazione che ha lasciato. Non è una pausa tecnica, è metà del lavoro. La posizione ti dice cosa ha fatto davvero solo dopo, quando non la stai più tenendo.

3. Ripetere. Alla mente non piace ripetere, al corpo sì. La quarta volta che fai la stessa sequenza la mente si annoia, ed è esattamente quando si annoia che smette di commentare, e tu cominci a sentire.

Ed è qui che una parola che usiamo spesso cambia di significato. Una posizione non diventa avanzata solo quando diventa fisicamente più difficile. Può diventarlo anche restando identica: la stessa Trikonasana di mesi fa, identica vista da fuori, può essere diventata un’altra cosa perché respiri meglio, perché non stringi più la mascella, perché ci resti dentro senza contare i secondi.

Patanjali aggiunge una riga anche su questo: da lì nasce il non essere più sballottati dalle coppie di opposti — caldo e freddo, piacere e dolore. Detta così suona lontana. Tradotta sul tappetino vuol dire una cosa molto concreta: la scomodità smette di essere un’emergenza.

Senti che una posizione è scomoda e non devi né scappare né stringere i denti. Puoi starci e osservare che cosa succede.

E quella capacità, poi, non resta sul tappetino. Ma questo lo scopri da sola.

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